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ELIE KLIGMANN – BASEBALL

Ci sono delle situazioni dove non è la religione a determinare l’atleta ma è l’atleta a determinarsi per seguire la religione.

E’ il caso di due atleti americani di religione ebraica che hanno fatto delle scelte andando contro i precetti dell’ebraismo più che alle richiesta della Major League Baseball.

Sì, perché entrambi hanno a che fare con il baseball ai massimi livelli.

Il primo dei due è Sanford “Sandy” Koufax nativo di Brooklyn, uno dei più grandi lanciatori della storia del gioco e autore, tra l’altro, di uno dei 21 “perfect game” del Baseball, realizzato il 9/9/1965 nella partita LA Dodgers/Chicago Cubs vinta 1 a 0 dai losangelini per cui Koufax ha giocato per tutta la carriera.

Ad un mese di distanza da tale impresa, va in scena la prima partita delle World Series contro i Minnesota Twins al Metropolitan Stadium.

La data è per Koufax molto importante in quanto coincide con lo Yom Kippur, il giorno più importante per la religione ebraica, il giorno dell’espiazione e il grande lanciatore decide che non è il caso di scendere in campo perché lo Yom Kippur è più importante di una partita di finale dell’MLB.

Da quel giorno l’aura di leggenda di Koufax si amplia a dismisura diventando un punto di riferimento per i giovani e meno giovani ebrei, che hanno la conferma quanto sia importante rispettare il proprio credo da mettere davanti a tutto il resto.

 

Certo, non credo che tutti i giocatori ebrei la vedano come Koufax ma lui è stato un esempio.

All’epoca dei fatti non era, sicuramente, nato l’altro giocatore di cui vi voglio parlare e che risponde al nome di Elie Klingmann, altro ebreo ortodosso nato nei pressi di Las Vegas in Nevada.

Elie, che è ancora un imberbe adolescente, è stato selezionato tra i migliori 175 giocatori di high school; di ruolo lanciatore presso la Cimarron-Memorial High School, ha già un futuro universitario assicurato e una sicura carriera nel baseball professionistico, che potrebbe avere qualche intoppo per lo zelo con cui il ragazzo vive la sua fede di ebreo ortodosso.

Infatti, in una sua dichiarazione riferiva “Faccio alcune cose per il baseball e altre per la mia religione. Se la partita è il venerdì sera o il sabato pomeriggio, però, per me non ci sono dubbi, so cosa fare. Il mio obiettivo è diventare il primo giocatore che osserva lo shabbat in major league”.

Lo shabbat è la festa del riposo e si celebra ogni sabato e questo fatto potrebbe creare qualche problema già a livello universitario in quanto la maggior parte delle partite sono programmate tra il venerdì e il sabato proprio nei momenti dello Shabbat.

Il padre di Elie, avvocato nonché suo procuratore, ha già fatto sapere che nel caso che college e MLB non riescano a garantire la normale attività al figlio farà di tutto perché questo avvenga.

Sono sicuro che non solo per il talento ma anche per evitare diatribe giudiziarie che negli Stati Uniti non amano proprio, verranno messe in atto tutte le possibili iniziative per non privare Elie della possibilità di mostrare il proprio talento al mondo del baseball.

 

SAEID MOLLAEI – JUDO

Torniamo in Iran, torniamo a Teheran e parliamo di Saeid Mollaei, judoka di livello mondiale, in grado di regalare una storica medaglia d’oro all’Iran nella categoria 81 kg ai mondiali di Baku nel 2018.

Ai mondiali successivi svoltisi a Tokyo, Saeid di presentava ancora una volta con i favori del pronostico e le qualificazioni confermavano quanto previsto con Mollaei sicuro finalista contro Sagi Muki.

Tutto nella norma quindi. No, perché Sagi Muki è un atleta israeliano e, come già detto, per gli iraniani non è possibile avere a che fare con atleti israeliani.

Ecco quindi che a Mollaei si presentano agenti dei servizi segreti iraniani sia in quel di Tokyo che presso la famiglia del povero Moallei a Teheran con una sola richiesta: perdere apposta prima della finale per non incorrere nella possibilità di uno scontro con l’israeliano. Voci dicono che Saeid cercò di convincere la federazione del Judo iraniana di permettergli di difendere il titolo mondiale; la risposta fu sempre NO!!!

Il povero Mollaei perde quindi intenzionalmente contro il judoka belga Matthias Casse che arriverà secondo, dietro Muki. Proprio quest’ultimo aveva già avuto a che fare con il gesto assolutamente antisportivo dell’egiziano Mohamed Abdelaal che, una volta battuto, si era rifiutato di stringere la mano al vincitore. L’unica soluzione per Mollaei diviene quella di fuggire all’estero e chiedere asilo politico. Viene accolto e, da allora, riprende a “lottare” sotto la bandiera dei Rifugiati al Grand Prix di Osaka. Dal Dicembre 2019 ha acquisito la cittadinanza Mongola e lotta per la nazione di Gengis Khan.

 

 

 

 

JASON LEZAK – NUOTO

Infine, voglio raccontarvi di Jason Lezak, nuotatore statunitense di origine ebraica che si è riscoperto eroe inatteso durante le Olimpiadi di Pechino 2008.

Jason, tretantreenne, era l’ultimo frazionista della 4X100 americana, quella di Michael Phelps, e non era certo la punta di diamante di quella staffetta.

All’inizio dell’ultima frazione, la staffetta americana era in ritardo e le speranze erano tutte riposte sulle spalle di Lezak che incredibilmente rimonta il primatista mondiale Alain Bernard, percorrendo gli ultimi 50 metri ad una velocità mai raggiunta prima, portando al successo la 4X100 e permettendo a Phelps di vincere otto medaglie d’oro battendo il record di Mark Spitz, fermo a sette.

Grazie a quella vittoria, Phelps incassò il bonus della Speedo pari ad 1 milione di dollari.

Jason si ritrova ad essere un eroe americano. Il sogno finisce dopo un anno per colpa della crisi economica; perde gli sponsor e, anche, la fornitura di costumi per l’abbandono del nuoto da parte della Nike. Insomma, un eroe olimpico si era trasformato in un bagnante qualsiasi senza più nessuno disposto a sostenere le spese di viaggio e di attrezzatura del povero Lezak. L’uomo, invece di tentare le qualificazioni per i mondiali di Roma, è andato alle Maccabiadi – le Olimpiadi di Israele – vincendo i 100 metri stile libero con il tempo di 47”78.

Ha dichiarato che se si trovasse proprio a terra economicamente sarebbe contento di ricevere attrezzatura più che soldi e sicuramente ci sarà qualcuno in Israele pronto ad aiutare un atleta che ha sempre dimostrato rispetto per le proprie origini.

 

Alla fine di questo excursus spero di aver contribuito a farvi conoscere storie che vedono la religione forse intromettersi troppo in un mondo in cui non dovrebbe entrare, facendone pagare le spese agli atleti che fanno sacrifici per raggiungere un obiettivo che, nella maggior parte dei casi, si presenta una sola volta nella vita e che non ritengo non possano avere la possibilità di raggiungere.

 

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by Fabrizio Roscitano

 

 


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