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Wrestling – Pedro Aguayo Ramirez

In uno sport dove la finzione è tutto, dove la bravura degli atleti è essere così abili da far sembrare vero tutto ciò che non lo è, a volte capita che le cose non vadano proprio nel migliore dei modi.

E’ il caso di Pedro Aguayo Ramirez, messicano della capitale appartenente ad una famiglia di luchadores con il padre conosciuto come Perro Aguay e lo zio e i cugini conosciuti come Idolo, Idolo I e Idolo II, che fantasia.

C’è da dire che in Messico la lotta è vista come uno sport molto serio e professionale con il quale si guadagna molto da vivere.

La tradizione dei lottatori messicani nella Lega americana è fortissima e si contraddistingue per il fatto che essendo di norma piccoli di statura e molto agili, riescono ad essere particolarmente spettacolari nei salti nelle cadute e nelle mosse finali.

Pedro, entrato stabilmente nel giro che conta, il 20 Marzo 2015 stava disputando un tag match, incontro di coppia, con Manik contro Rey Mysterio e Xtreme Tiger in quel di Tijuana in Messico.

Nel corso del match Pedro subì il classico Dropkick da Rey Misterio e ricadendo al suolo subì un trauma cervicale alla spina dorsale con la conseguente rottura di tre vertebre che provocarono un arresto cardiaco. Verrà dichiarato morto il giorno successivo all’età di 36 anni.

Come in tanti dei casi che sto raccontando, subito dopo la tragedia vengono analizzate le circostanze e si cercano rimedi.

Anche per questa occasione la Comisión de Deporte del Senado del México ha presentato l’iniziativa “Ley para la Seguridad del Deporte en el País” che stabilì regole più stringenti per la sicurezza fisica degli atleti.

 

Scherma – Vladimir Viktorovic Smirnov

Una delle morti più assurde è quella che ha interessato Vladimir Viktorovič Smirnov, celebre schermidore sovietico.

L’atleta russo arrivò a platee importanti tardi rispetto alla media di coloro che praticano la scherma e solo nel 1979 alle Universiadi di Città del Messico, conquistò la medaglia d’oro nella gara a squadre e l’argento in quella individuale nel fioretto.

Smirnov si aggiudicò le coppe del mondo del 1979 e del 1980 e sempre nel 1980 alle Olimpiadi giocate in casa si aggiudicò l’oro dopo uno spareggio al cardiopalma con il connazionale Alexsander Romankov e il francese Pascal Jolyot.

Nella gara a squadre l’Unione Sovietica perse incredibilmente in finale proprio contro i quotati francesi, ma per Smirnov il lavoro non era ancora concluso. La sua ecletticità convinse il tecnico della nazionale a farlo partecipare anche nella specialità della spada dove contribuì alla vittoria della medaglia di bronzo contro la Romania.

Nel 1981 arrivarono un altro titolo mondiale individuale e a squadre e un altro titolo alle Universiadi di Bucarest, dove vinse anche l’argento a squadre.

Smirnov veniva unanimemente visto come il più forte fiorettista del mondo e giunse da strafavorito ai mondiali di Roma del 1982.

Il 19 Luglio Smirnov saliva in pedana nell’ambito della gara a squadre e si preparava ad incrociare le lame con il tedesco Matthias Behr. Durante un assalto la lama del fioretto di Behr si ruppe andando a trafiggere il volto di Smirnov che dopo nove giorni di coma senza mai aver ripreso conoscenza, morì.

Dopo la morte di Smirnov, la federazione internazionale stabilì che le maschere avrebbero dovuto avere le maglie in acciaio e le tute sarebbero dovute passare dal cotone al Kevlar.

In questo modo si spense la vita di uno dei più grandi fiorettisti di sempre, ricordato suo malgrado per la sfortuna che gli ha impedito di vincere sicuramente altre vittorie.

 

Ciclismo – Fabio Casartelli

Ecco un’altra di quelle morti che purtroppo ho visto in diretta.

In una caldissima giornata di luglio mi stavo godendo la quindicesima tappa del Tour de France 1995.

Erano gli anni di Miguel Indurain, di Bjarne Riis, di Laurent Jalabert di Ivan Gotti e di un giovanissimo Marco Pantani che quell’anno vinse la classifica dei giovani, la classica maglia bianca.

Ma in quel tempo c’era un altro giovane italiano che stava facendo molto bene e il suo nome era Fabio Casartelli da Como.

Quel 18 luglio il gruppone stava affrontando la discesa che dal Colle di Portet D’Aspet verso Ger-de-Boutx ad una velocità media di circa 80 km/h che di per sé fa già impressione; Dante Rezze andò largo in una curva e cadde in una scarpata, ma in conseguenza di tale caduta se ne innescò una ben più grave e che vide coinvolti 5 corridori: Dirk Baldinger che si ruppe il bacino, Giancarlo Perini, Johan Museeuw ed Erik Breukink che riuscirono a ripartire e Fabio Casartelli……

Fabio ebbe la sfortuna di andare a sbattere con la faccia contro un paracarro rimanendo a terra esanime e nonostante i tentativi di rianimazione, gli fecero 20 fiale di adrenalina nel cuore, e il trasporto immediato presso l’Ospedale di Tarbes, alle 14.00 venne dichiarato morto.

Fabio, un altro campione Olimpico, medaglia d’oro a Barcellona 1992, un altro ragazzo di 25 anni che perde la vita per la superficialità di coloro che devono garantire la sicurezza degli atleti, mia opinione personale.

A quel tempo non era obbligatorio il caschetto di protezione, assurdo viste le velocità raggiunte dai corridori in discesa o nelle volate ed è ancora più assurdo pensare che neanche dopo la morte di Casartelli la federazione lo rese obbligatorio.

Già, perchè nel mondo del ciclismo professionistico iniziò una discussione che terminò solo nel momento in cui si verificò un’altra tragedia che coinvolse il povero Andrej Kivilev che morì dopo una caduta rovinose sulle strade della Parigi-Nizza nel 2003.

Fabio Casartelli lasciò moglie, ex ciclista, e un figlio, Marco, nato solo due anni prima della sua scomparsa e che purtroppo potrà avere ricordi vividi del padre.

 

Corsa – Saamiya Yusuf Omar

Termino rendendo omaggio ad un’atleta che non è morta durante la sua attività, ma forse in un modo ancora più crudo e disdicevole, morta per l’inedia dell’essere umano, per la mancanza di empatia, per la non voglia di comprendere come le cose siano più difficili di come vengono dipinte.

Non penso che nominando Saamiya Yusuf Omar a qualcuno si accenda la lampadina e fino a poco tempo fa non si sarebbe accesa neanche la mia.

Poi un giorno per caso mi sono imbattuto in una intervista di Mo Farah, nato somalo ma oggi baronetto inglese per meriti sportivi, vincitore tra gli altri di 4 ori olimpici, di 6 titoli mondiali, di 5 titoli europei open.

In questa intervista nominava la povera Saamiya e ovviamente la mia curiosità si è accesa per capire chi fosse colei che veniva nominata dal re del mezzofondo mondiale.

Mi sono imbattuto in una storia allucinante, una storia dove la protagonista è una ragazzina nata nel 1991 da una famiglia povera di Mogadiscio che sogna di ripercorrere le gesta del suo idolo, quel Mo Farah già dominante in giro per il mondo e con il quale condivideva la città di nascita.

Questi sono i sogni dei bambini che ammirano gli sportivi e Saamiya questa cosa la prende sul serio e con immani sacrifici, corre, corre, corre…..e a 17 anni inizia a gareggiare tra i professionisti e nel Maggio 2008 partecipa ai 100 metri ai Campionati Africani arrivando ultima.

Ma non è questo il punto, il punto è che l’atletica per Saamiya è una forma di riscatto e una forma di rinascita.

La ragazzina partecipa alle Olimpiadi di Pechino 2008 nei 200 metri ottenendo il primato personale pur arrivando ultima, ancora una volta ultima, ma tutto il pubblico è per lei perchè a volte si crea un’empatia che tifare per gli ultimi che ci dà l’impressione di pulirci la coscienza.

I giornalisti la intervistano e lei candidamente risponde “Avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima”.

Poi più nulla…..Saamiya sparisce dai radar dello sport fino a quando Abdi Bile medaglia d’oro ai mondiali di Roma 1987 nei 1500 metri, annuncia al mondo che la ragazzina è morta nel Mar Mediterraneo nel tentativo di giungere in Europa e trovare un allenatore che la aiutasse a continuare la rincorsa dei propri sogni.

E invece a 21 anni la sua vita si è persa in un mare che sperava fosse amico, in un mare che sperava potesse portarla verso la realizzazione dei suoi sogni.

E allora termino questa puntata con le parole di Saamiya

«Noi sappiamo che siamo diverse dalle altre atlete. Ma non vogliamo dimostrarlo. Facciamo del nostro meglio per sembrare come loro. Sappiamo di essere ben lontane da quelle che gareggiano qui, lo capiamo benissimo. Ma più di ogni altra cosa vorremmo dimostrare la nostra dignità e quella del nostro paese.»

Forse le storie che ho raccontato vi avranno intristito, ma sono storie che forse nessuno ha avuto voglia di raccontare perché il lieto fine non è dietro l’angolo, ma il mio desiderio era quello di rendere omaggio ad atleti che avrebbero potuto fare molto di più di quello che hanno fatto e che in pochi ricordano.

 

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Vi ricordo che domani, Giovedì, alle ore 10.45 potrete ascoltare la replica della puntata 2 di SPORT FLY.EVOLUTION.

 

 

 

by Fabrizio Roscitano

 

 


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